settembre 21, 2017

Troia, sabato 2 settembre 2017: “Oggi è il mio compleanno e per farmi una vera festa mi regalo un parabrezza!”

settembre 21, 2017 Posted by F. I. , , No comments
Alessandro, da oggi trentenne!


Sotto un cielo incerto giungiamo in tanti e di diversa provenienza al Villaggio Quadrimensionale... ogni volta tornarci è un’emozione e il suo volto che cambia giorno dopo giorno ci parla di come è proprio nella lentezza e nella continuità, ma con determinazione e osando, che si costruisce.


Muovendoci tra i diversi spazi del Villaggio Quadrimensionale ci iniziamo a dilatare, il posto è ricco di antenati e, un Cicerone d’eccezione, Mariamo, ci guida ad assaporare ogni parte di questo analogico come un’opportunità dove far nascere luoghi e percorsi devoti di profondità. Come in una magia già si sente l’energia di quello che sta nascendo, che pian piano prende sostanza, forma, movimento. Questo luogo è un crocevia e già racconta la possibilità dell’intreccio. 

“Oggi è un giorno importante. Questo giorno nasce dal mio desiderio di arrendermi, di arrendermi a me, alla vita, di festeggiarmi come padre ontologico di una famiglia che si era attendata e che io ho desiderato tornasse in viaggio, soffiando a volte vento forte, tumultuoso, spietato ma amandola profondamente. Oggi è il mio tempo, il tempo nel quale ho riconosciuto che la guerra non mi nutre più, che spingere e scollare, fare il Giuda, mi ha sfiancato, oggi non ho più energie e voglio accogliermi così, chiedendo e guardando verso un nuovo possibile per me. Me lo merito e lo desidero”.


Siamo abituati a vestire la festa di mille colori e mille rumori ma quale festa più autentica possiamo vivere se non quella di affacciarci a un parabrezza?

Mariamo entra in scena e ci fa dono di un artisticissimo know how della festa mostrandoci come oggi, la festa più significativa per Alessandro, da tempo in mare aperto, è proprio quella di trovare una prospettiva, degli strumenti e dei contesti per potersi esprimere.
La sensibilità di Alessandro lo spinge a non accontentarsi di una festa simbolica, oggi occorre dirgli delle verità, chiarirsi sulle prospettive, senza imbrogliarlo e imbrogliarci. La terra è pronta, è seminabile, occorre ora seminare delle opportunità, occorre oggi una semina per cucire un passato col presente.


Spesso ci aspettiamo che i cambiamenti passino attraverso chissà quali grossi proclami ma questo è proprio l’esempio di come un cambiamento possibile si può costruire una tessera alla volta, aggiungendo, limando, intrecciando.

La festa in onore di Alessandro diventa il suo BilanGiano, un angolo beta per individuare come da una fase prevalentemente “al negativo”, di pur legittima rabbia per le parzialità ricevute e subìte e per il territorio che non l’ha accolto per il suo valore di eroe meiotico, può transitare ad una fase nella quale porre, disporre e proporre.


Mariamo invita Cataldo a tagliarsi i baffi che lo hanno sempre contraddistinto. Per interrarsi bisogna “spogliarsi”. Anche denudarci di una caratteristica che ci ha contraddistinti per anni può mostrarci parti nuove di noi e farci incontrare l’esterno con meno veli. Questo “taglio” può servire a Cataldo per continuare a svelarsi, per farsi vedere così com'è, e usare il suo maschile in positivo, a servizio della crescita di Alessandro, in anticipo e costruendo, proponendo.

Alessandro ha affrontato la sua storia di petto e questo gli fa onore ma proprio questo ora lo ha sfiancato facendo emergere il bisogno di viversi altre parti, anche di avvicinarsi e far avvicinare quel cuore tenero e sensibile che quel petto coraggioso e sempre pronto ha preservato e protetto. 


Alessandro, “uomo vigoroso” è il significato del tuo bel nome e finora gli hai proprio reso onore! Ora è tempo di incarnarlo per godere tu, in primis, di te!

Se Alessandro è un Vitonauta in Mission nella storia è tempo di riconoscergli delle capacità e di aiutarlo a poterle esprimere in questa storia, interrogandoci su come può esprimersi in positivo per raccogliere, passando da un circolo vizioso, nel quale si moltiplicano e tornano i problemi, a un circolo virtuoso nel quale ci tornano i frutti e la festa per quel che siamo.
Alessandro ha bisogno di orientamenti, non di essere controllato quando sta male, anche perché gli anelli diabolici che attraversa sono proprio il suo modo di dire “qui non c’è acqua per me!”.

Così, anche ultimamente, Alessandro ha voluto mostrare alla coppia dei suoi genitori come preferisca rimanere sottomessa a un territorio e a una domus dove non c’è libertà piuttosto che mettersi in esodo per la vita e per condizioni più adatte all’espressione dei loro talenti e della loro bellezza! 
Alessandro spinge all’esodo! E oggi è tempo di un esodo concreto, “chi ha tempo non aspetti tempo” dice il proverbio, ci dice Alessandro che per cambiare occorrono cose concrete, cambiamenti reali, spostarsi, coinvolgersi con tutti i codici e migrare dove il viaggio può continuare.


Dopo aver celebrato il valore di Alessandro, con amore, Mariamo mette in evidenza alcuni suoi aspetti che possono diventare più armonici. 
Perché Alessandro recuperi una sua lentezza e perda la parte che spinge senza tregua, senza tener conto gli stati quiete degli altri occorre ritmo, occorre che il “piano piano” della famiglia non sia più un tempo senza tempo, ma che si proceda insieme di concerto, come una banda!
Oggi occorre un luogo intermedio nel quale Alessandro possa sentirsi non contro la famiglia di origine ma preservato dai circuiti e dalle dinamiche di quest’ultima che ancora non transitano o ancora non si orientano in una nuova direzione. Scegliere un nuovo analogico, un analogico neutro, può permettere ad Alessandro di uscire dal circuito stimolo-risposta a cui dinamiche vecchie ci portano, dove spesso le risposte sono le nostre soluzioni più immediate e povere, quelle karmiche, e quindi anche quelle che ci fanno perdere energie e fiducia, permettendogli di investire le energie per costruire. 

Se tutta la famiglia fa piccoli salti precipiziali, degli investimenti in prospettiva, per ognuno di questi quattro naviganti si apriranno scenari nuovi e abbandoneranno la camera a gas nella quale si sono negati le relazioni in positivo.
Criticare per crescere, per costruire. In cosa può ancora crescere Alessandro? Nel Kronos!


Il kronos è utile? Assolutamente sì, ma non è il tempo più importante per la nostra vita. Noi andiamo troppo per cose organizzate all’esterno, fuori di noi ma non è detto che lì troviamo il kairos per noi, il tempo favorevole. Nel kronos non puoi progettare cose tue, devi dare la tua forza lavoro, hai un valore di scambio.
Il kairos è il momento in cui facciamo degli incontri buoni per la nostra vita, fosse anche una malattia, o una cosa che proprio non ci aspettavamo.
Il kairos è il saggio tempo per il quale anche un negativo ha un suo valore, un suo senso profondo per la vita e per la crescita.


E’ proprio nel kronos che Alessandro può crescere. Preso molto dalla voglia di cambiare non tollera la lentezza. Ma la prima lentezza la vive in famiglia e allora vuole imporre il kairos che lui sente e intuisce agli altri, toccando così gli stati quiete e le identità psicotiche altrui, non tenendo conto dei tempi e delle difese resistenze degli altri. Così tempi e identità psicotiche vanno in collisione e si innescano circuiti in cui chi perde di più è proprio lui!

Per sancire l’impegno ad armonizzare il kairos e il kronos, Mariamo dona ad Alessandro la sua originalissima maglia, una t-shirt con due facce, una per il kronos e una per il kairos, appunto!
Per Alessandro è tempo di entrare nel kronos senza scappare e senza aver paura di smarrire il proprio sensibilissimo kairos. Quando noi ci confondiamo è perché stando nel kronos abbiamo paura di smarrire il nostro kairos, e così perdiamo anche la fiducia di poter creare qualcosa di inedito e buono per noi anche quando una realtà si presenta piena di limiti o di parti concluse, superate.

Mariamo riconosce la grande capacità di Alessandro di fare angolo beta ma è proprio nel percorso beta-gamma che poi fa fatica. Ma quando pensiamo di poter fare beta-pi greco? Quando non abbiamo assistito a percorsi reali betagamma nella nostra vita e così è anche per Alessandro che non ha visto quello dei suoi genitori.
Non comprendere il valore di un percorso beta-gamma non ci permette di costruire e di mettere radici. Per costruire la prima condizione è la lentezza e un contraddittorio amorevole, anche con le nostre resistenze.


Ed ecco un altro dono di Mariamo, Barbara e Giovanna! Una stella marina!
Mariamo invita Alessandro ad accettare di scendere dalle stelle alle quali è stato molto legato e tornare al mare. Poiché è proprio dal mare che è iniziata la vita.


Oggi è tempo di cominciare ad essere una stella marina, facendo delle tappe progressive, e da qui cominciare un percorso infinito dinamico complesso e insieme, in relazione, cominciando dal mare, da dove la vita è cominciata, con molta umiltà, lentamente e insieme agli altri.


Iniziamo dall'acqua ogni qualvolta vogliamo iniziare qualcosa di nuovo.
Come un ricamo si conclude questa parte della giornata che ci lascia un prezioso know how mostrandoci come “riunendo la corte” abbiamo costruito una prospettiva ampia con gli impegni di tutti e che torna a tutti! 

Tra doni per Alessandro e fili che continuano a ricamare nuove prospettive anche per alcuni dei presenti siamo sul finire di questa ricca giornata settembrina.


Anche oggi la Fetogenesi ci ha dato un nuovo soffio spingendoci oltre e più in là, mostrandoci come il passato non si scorda ma quel che s’ha da avere a cuore è l’andare. 
Partiamo dal positivo e ricominciamo da tre!

Buon viaggio Alessandro!
Graziana

settembre 16, 2017

UN COMPLEANNO ADULTO PER RICONQUISTARE MIA MADRE

... Un compleanno diverso...

- Pillola illustrata da Graziana Angela Porcaro -

In questo agosto tutto inedito ho avuto il piacere di osare cose nuove e di iniziare a stare nella vita e nel fiume partendo più dalle mie verità e dal mio coraggio, inteso proprio come quello che il cuore desidera autorizzarsi. Ho fatto spesso su e giù, penso che è il periodo in cui più ho sentito l'onda e più mi ci sono affidata.
Proprio i giorni nei quali mi è sembrato di essere più ridotta e più incapace di agire e scegliere, come in un limbo, sono stati i giorni in cui ho maturato meglio il passo successivo e ho sentito di più i miei desideri, i miei bisogni, i miei tempi, prima di ogni mia connessione con l'esterno. 
Ho sentito che si sfibrava il circuito stimolo-risposta, afferenze-efferenze, e che iniziavo a passare di più dalle mie pre-efferenze e a riferirmi di più a queste. Ho riattraversato il tornante del non sentirmi libera, di non avere angoli di gioco, di sperimentazione, il sentirmi “appesa” a tutte le aspettative degli altri, e proprio a partire da qui invece mi sono autorizzata a sentirmi libera. 
La fides si è stesa e ho potuto sentire che se volevo fare un passaggio dovevo proprio agire facendo cose che non mi ero mai autorizzata a fare.
E così è stato per il mio compleanno.


Mentre tornavo dalle Marche pensavo a come avrei potuto festeggiare il mio compleanno.

D'istinto ho pensato che forse una delle cose che mi andava era proprio passare una giornata con mia madre. 

Da cosa penso sia partito questo desiderio?
Faccio un passo indietro.

Mentre ero in treno, il 23, tornando a casa, a un certo punto mentre rigustavo le emozioni dei giorni trascorsi fuori, ho sentito salire delle forti contrazioni, come se volessi "vomitare" qualcosa che prima mi aveva tradito e che in questo momento storico stavo tradendo io. Mi è venuto un pianto forte ma breve, come uno scroscio di pioggia che deve ripulire. Nel frattempo ho fatto mille collegamenti, come se stessi unendo, intrecciando e separando tanti pezzi dentro me. Mi tornavano alla vista tante scene. Gli abusi che ho subìto, mi sono venuti in mente quei maschi, grandi e giovani, che mi hanno invasa anche se non con rapporti sessuali ma con la loro sessualità confusa e rabbiosa, che sottometteva, poi ho pensato a mia madre, a lei e mio nonno e a lei e mio padre, al fatto che lei si lamentava ma in realtà ha accolto che dei corpi morti le stessero accanto e la invadessero o le stessero accanto senza scambiarsi nessuna emozione, senza un progetto, un sogno comune, trasformando quella morte in morte che poi si è data lei in molti modi, col cibo, negandosi la sua leggerezza, il viaggio, la voce, la danza, cose che ora, pur con modalità parziali, sta provando a re-includere nella sua vita.

Di qui ho sentito prima un grande spavento, un'angoscia che potessi anche io "accontentarmi", "fare la sua fine", e poi ho sentito forte che io non sono lei e che non ho voglia di accontentarmi, di disincludere dalla mia vita e dalle mie relazioni alcune parti importanti, alcuni codici. Proprio lì ho sentito dove è anche la mia libertà, nel non negarmi ciò che ho visto gli altri negarsi o non donarsi, abituandosi un po’ alla volta a non vivere come la rana lessa.
In quel momento mi sono riconosciuta distinta da mia madre, o meglio da come è stata per la maggior parte della sua vita, perché ora è un po’ cambiata. Distinta sono io e distinte sono le nostre storie.


Forse di qui è germogliata l'idea di trascorrere il mio compleanno con lei, anche per poter verificare ed esprimere questo che avevo sentito con la sua presenza reale, in carne ed ossa.

Così il giorno prima del mio compleanno le ho fatto questo invito attivamente, dicendole che era un mio desiderio trascorrere quel giorno con lei, da sole io e lei.
Subito sono partite le sue paranoie, sentivo che si era agitata e sorpresa, che non se lo aspettava, e ha iniziato a voler includere le persone (proprio come facevo io prima, che prima di includere me includevo tutti gli altri), "ma qui c'è la nonna, come faccio", "ma può venire anche papà?", e così via.
Per un attimo ho sentito le sirene della rabbia pensando "ma vedi questa, perché non sceglie per sé che vuole mettere tutti insieme?", ma poi con piacere ho sentito che in me prevaleva di gran lunga il desiderio che questa opportunità si realizzasse al di là di quanto dovevo spendermi perché si realizzasse.
Così, dopo averle fatto l’invito a voce ho aggiunto un altro pezzo, le ho mandato un messaggio dicendole che per me era importante e che mi avrebbe fatto piacere se accettava ma anche di sentirsi libera di scegliere. Ho sentito che ho saputo usare un dolce maschile.

Così la sera tardi, alla vigilia del 30, mi ha mandato un messaggio chiedendomi a che ora passassi a prenderla il giorno dopo. Ho dovuto fidarmi nell'attesa perché non averla subito sentita contenta, o meglio sentire che si faceva prendere più dall'obbligo-dovere che dal suo piacere, che non si è sentita subito libera da vincoli simbolici, mi poteva far sfiduciare e invece ho saputo restare in attesa con fiducia ma aperta a ogni eventualità. Mi fidavo di me, anche perché sento che alcune cose pur lentamente le ho conquistate onestamente e non me le toglie più nessuno, ma infondo mi fidavo anche che mia madre sentisse che poteva essere una cosa bella anche per lei. E così è stato.


La mattina ero un po' impaurita, sentivo chiaramente in me le due parti, specchietto retrovisore e parabrezza, anche se una era piccola e l'altra era molto più grande. Ma mi sono legata al Globale Massimo di quella giornata e questo ha fatto sì che le scelte a ogni svolta, a ogni ansa del fiume, venissero più semplici.
Questo mi ha permesso anche di accoglierla nelle sue difficoltà prima di partire, di facilitarla, così quando sono passata a prenderla e prima di avviarci verso il posto di mare dove l'avrei portata, le ho proposto di prenderci un caffè con chi lasciava a casa, mia nonna e mio padre.
Sentivo che era importante preparare il terreno e che era meglio partire dilatandoci piano piano.

Poi siamo partite per il mare!

Mi piaceva che la portavo in un posto che non conosceva, mi piaceva che lei non ha fatto domande ma si è fatta portare, fidandosi e godendosi che poteva scoprire cose nuove.

Quando siamo arrivate al mare ho sentito che non dovevo starci con delle cose fisse da raggiungere, dovevo aver chiaro il senso ma creare sul campo ascoltando di volta in volta i nostri stati quiete.
Appena arrivate ci siamo fatte un selfie, mia madre rideva come una scemotta e sembrava che non aspettasse che quello. Già farci i selfie è stata una modalità per iniziare col gioco e con la leggerezza ma anche per farle sentire che era per costruire e andare oltre una storia vecchia. Poi ci siamo fatte un bagno, ci eravamo incamminate verso una caletta per scendere da lì in mare, io ero avanti, ma a un certo punto ho sentito un tuffo, era lei che aveva cambiato idea e si era tuffata di testa dalla scogliera altissima, a conferma che le mie parti spericolate le ho prese proprio da lei! Quel suo gesto, quel suo piccolo “salto precipiziale” mi ha fatto sentire che si includeva di più nella giornata, che iniziava a godersi per sé l’analogico nel quale l’avevo portata e a partire dal suo piacere di starci.

Poi ci siamo messe al sole, e abbiamo iniziato a chiacchierare.

A un certo punto ha iniziato a parlare della sua coppia con mio padre e di lì, piuttosto che stare a sentire cose che so già, mi sono autorizzata a farle io delle domande precise, per andare un po' alle origini, a come questa coppia si è formata. Sentivo che la leggerezza andava bene ma che non dovevo perdere la possibilità di “affondare di più i denti” e di andare più in profondità.
Ho preso il registratore e ho iniziato a registrare e dopo un po' lei mi ha detto "tanto lo so che stai registrando" e io "eh beh, sono cose belle, importanti, così poi le posso far sentire ai miei figli", e lei ha sorriso, si faceva fare. Inaspettatamente mia madre è scesa in molti livelli nei quali, forse per proteggermi, non era mai scesa. Per me è stato importante ascoltare alcune verità, che anche se forti erano almeno delle cose che finalmente mi diceva chiare. Così ho scoperto questo...

Quando mio padre ha iniziato a corteggiarla lei era appena stata lasciata dal ragazzo con cui stava, il suo "grande amore", che era scappato con un'altra donna. Così all'inizio mio padre non le interessava, ma piano piano ha iniziato a essere molto presente, la accompagnava al lavoro, le faceva sorprese, le scriveva poesie. Ma lei pensava al tipo di prima. Così, quando mio padre si è dichiarato, lei, che si sentiva molto confusa, ha chiesto aiuto a mio nonno, che era un orfano di Torre del Greco poi adottato da una famiglia.
Mia madre gli aveva espresso questa sua confusione, questo suo sentirsi tra un passato che non c'era più e un presente che c'era ma che non la prendeva ancora. Mi ha raccontato che mio nonno le disse con un detto napoletano qualcosa del genere "Ma tu vuoi un anello o Aniello?", cioè vuoi una vita sicura, un matrimonio, delle certezze, o "Aniello" cioè quello di cui sei innamorata ma che è anche un po’ farfallone?
A questo punto la domanda mi è sorta spontanea ed è stata: "Ma quindi tu hai scelto praticamente escludendo le tue emozioni?" e lei ha annuito aggiungendo che per lei che non aveva avuto una famiglia, costruirne una, in quel momento, era la cosa più importante e visto che il suo primo amore se ne era andato tanto valeva accogliere questa opportunità... 

Mi ha colpito come in quel momento non aveva creduto possibile di partire più da lei, a prescindere da questi uomini che andavano o arrivavano ma soprattutto che non si era concessa di scegliere con calma, quasi sentisse una urgenza, ma perché questi due uomini erano i soli che poteva incontrare nella sua vita?!? L'urgenza evidente era andare via di casa, ma sotto c'erano tante urgenze invisibili, tante istanze di svalutazione e di sfiducia in se stessa, di incapacità e paura di stare nella vita a partire da sé.
Poi mi ha raccontato della mia nascita, di quando si erano rotte le acque e lei non aveva capito che era il momento del parto ma pensava si fosse fatta la pipì addosso, di mia nonna, sua suocera, che oltre a deriderla perché non lo aveva capito ha portato via mio padre e di mio padre che non c'era e di lei che, per quanto era agitata e confusa, non è riuscita neanche a chiedergli di restare.

E quindi mentre nascevo lei bestemmiava, bestemmiava di brutto ha detto!

A un certo punto ha iniziato da sola a parlare di sessualità, quasi si volesse liberare lei per prima.
Con estrema onestà mi ha raccontato come per lei la sessualità fosse stata, dopo che il famoso primo amore le diceva che era essenzialmente un obbligo-dovere e che solo tardi, verso i quarant'anni, ha iniziato a sentire di più il suo corpo. Credo che per lei le tante gravidanze, spesso finite con aborti, siano state un modo per riconoscersi il proprio femminile e il proprio corpo, un modo per portarsi in grembo e accogliere e consolare le sue parti figlia. Probabilmente proprio per questo il suo corpo a un certo punto "abortiva" quelli che sarebbero stati i suoi figli. 
Che grande inciviltà per una donna non aver potuto fare gravidanza a cielo aperto per la sua crescita, costretta poi non solo a non poter vivere le sue parti figlia ma anche a dover vivere la mortificazione che segue a un aborto. 
A questo punto mi è piaciuto giocare con lei col corpo, le ho messo la crema, e le ho fotografato le tette dicendole che erano proprio belle, lei un po’ si vergognava, diceva che ero matta, un po’ rideva, le piaceva giocare così liberamente, vedevo che non faceva resistenza, anzi! 
In quella complicità che si era creata ho sentito che era arrivato il momento di dirle io alcune cose.

Ho voluto riconoscerle le parti belle che mi ha trasmesso e ringraziarla per questo. Pochi giorni prima avevo fatto un sogno nel quale lei si preoccupava di mille cose mie mettendomi un sacco di ansia e paure e io le davo uno schiaffetto giocoso sulla testa dicendole “basta!” con un fare deciso. Non ci arrabbiavamo ma avevo chiaro il senso distinto di me e di lei, avevo chiaro soprattutto di non voler partire dalle paure. Ho voluto raccontarle questo sogno che lei ha accolto confermando che questo è stato il suo vissuto rispetto a me dopo che ho rotto la relazione lavorativa pezzente con mio padre. Le ho riconosciuto che quello che poteva fare l’ha fatto, anche sacrificando tante cose sue che non aveva avuto, specie facilitandomi ad andare via di casa, e che ora può sentirsi “licenziata” dal ruolo di madre che ha svolto ma che ora non è più utile al mio viaggio ma neanche al suo che ha bisogno di alleggerirsi dai ruoli per concentrarsi su di se. Ci ho tenuto a dirle come per me è stato importante in tutti questi anni che anche se mi ha spesso contraddetta sul mio percorso e non ci si è messa attivamente, ho sempre sentito che lei ne coglieva il buono per me. 

Tenendoci per mano ho voluto salutarla come madre e benedirla, ci siamo commosse e abbiamo riso insieme, era come chiudere qualcosa di grande, lasciar cadere per terra un fardello grande. Proprio in quel momento mi sono accorta che stava tramontando il sole, l’ho colto come un segno e l’ho invitata a farci un altro bagno. Ci siamo tuffate insieme e ci siamo godute la luce del tramonto oltrepassando il confine della caletta e andando in mare aperto a nuoto. È stato proprio un piccolo rito di passaggio al mare aperto!


Lentamente e gustandoci la passeggiata sugli scogli ci siamo incamminate verso il ritorno.
Passare dal beta al gamma di questo desiderio per me è stato un passaggio importante. In questi mesi passati spesso ho sentito che stavo continuando a scucire delle cose in profondità con mia madre, ma era più un lavorìo che andava da solo, che si innescava per altri movimenti e per altre dinamiche che ho vissuto, che sono entrate nel mio quadrato aureo. Riuscire a stare sul campo con il mio stile, registrare, andare in profondità, mostrare le emozioni, non tacere ma dirci delle verità, è stato uno sballo, lì ho sentito che mi riferivo finalmente a me, anche in presenza di una figura significativa come mia madre. Già da subito ho sentito come essere riuscita a far questo mi aveva unita dentro e mi dava serenità, come se si relativizzasse molto l’esterno. Quando sono tornata a casa ho visto che avevo degli occhi belli e ho goduto che le emozioni che mi ero autorizzata e vissuta come una festa si esprimessero anche nell’analogico. Nei giorni dopo ho sentito che quella giornata mi ha dato il senso non solo del valore di ciò che sento ma anche di poter determinare io le cose che voglio, di poterle costruire senza spaventarmi o scoraggiarmi se in partenza non ci sono le condizioni ottimali. Per alcuni versi mi è sembrato di farmi una “poppata di maschile” e di poterla spendere su tutti gli altri livelli della mia Piramide!
È stato bello osare, suonare, e far crescere il mio Do anche attraverso questa giornata inedita! Per me è stato un bel passaggio di non-delega!

Graziana











Amazing Iran!

settembre 16, 2017 Posted by F. I. No comments


Il nostro matrimonio ha sempre avuto le carte in regola per farci apparire agli occhi dell’esterno un po’ fuori dal comune: un matrimonio e un matrinuovo, due celebrazioni laiche a distanza di pochi giorni, uscita di casa della sposa insieme allo sposo e tante altre piccole cose che sicuramente hanno generato nella testa di chi incontravamo qualche dubbio sulla nostra sanità mentale!
Ma quando in giro si è saputo della meta del nostro viaggio di nozze, nessuno ha più avuto dubbi 😆


Ad un certo punto, per evitare i soliti commenti mediocri della gente, abbiamo iniziato a parlare di Persia… sì perché quando nominavamo l’Iran, vedevamo gli occhi della gente sgranarsi e sentivamo frasi del tipo "ma voi i guai ve li andate a cercare", "ma là sta la guerra", "siete coraggiosi ma i vostri genitori che dicono"… e tanto altro ancora.

E a dispetto di chi non ci ha sostenuto, anzi ci ha demolito per questo viaggio, siamo qua a raccontarvi invece delle meraviglie dell’Iran, sotto tutti i punti di vista.


Siamo partiti il 5 agosto con un gruppo organizzato “Avventure nel mondo”. Non sapevamo chi avremmo incontrato come compagni di viaggio, ma ci siamo affidati e ci è andata bene.

Prima di scendere a Teheran, ho indossato l’hijab (il velo che le donne dai 9 anni in su devono portare) previsto dalla legge e che le donne portano obbligatoriamente sin dal 1979, anno della rivoluzione ad opera di Komeini, colui che ha introdotto in Iran la c.d. teocrazia islamica.
Pur potendo sembrare una rottura portarlo, ho approfittato di questo obbligo per rendermi meno turista possibile, cercando di immedesimarmi al massimo nelle donne del posto che, oltre al velo, hanno diverse restrizioni sull’abbigliamento e non solo (tipo indossare abiti larghi perché non devono vedersi forme del corpo), non possono cantare e ballare in pubblico, non possono toccare uomini che non siano i propri mariti.


E così sono iniziati questi quindici giorni di viaggio in Iran partendo da Teheran sino a Shiraz, attraversando le città e i luoghi più importanti da nord a sud, passando per Qom (la seconda città più osservante dell’Iran), Kashan, Abyaneh villaggio con case di paglia e fango, Nain famosa per i suoi tappeti, la magica Isfahan dove abbiamo soggiornato più giorni e goduto della meravigliosa piazza (la seconda più grande al mondo dopo quella di Tienanmen), poi Yadz famosa oltre che per essere la capitale dello zoroastrismo anche per i suoi buonissimi dolcetti alle noci, Kerman, famosa per il cumino, da dove siamo partiti per una lunga passeggiata nel deserto del Kalut e infine le rovine di Persepolis e Pasargade e Naqsh-e-Rostam dove si trovano le maestose tombe di Ciro il grande, Dario e Serse, i re achemenedi che hanno dominato in area sia iranica sia in Asia, Europa e Africa sino all’arrivo di Alessandro Magno.


L’immersione in questo paese è stata immediata, sia perché avevamo sognato e desiderato questo viaggio da quando avevamo conosciuto in Olanda una ragazza iraniana, sia perché l’Iran sa accogliere, come una grande madre, un grande utero che ti fa sentire protetto. 
Sicuramente questa è la percezione di chi ci passa quindici giorni e poi torna alla sua occidentalità, però viverci per due settimane è stato molto piacevole.
E’ un paese dove esiste una forte spiritualità che si respira nelle belle e coloratissime moschee, che non rappresentano solo un luogo di culto ma anche un posto da vivere dove chiacchierare, dove i bambini giocano, le donne si raccontano. E’ come se si sentisse meno quell’obbligo-dovere rispetto alla religione cattolica rispetto all’andare a messa, confessarsi, etc.


Certo anche qua ci sono i tre momenti di preghiera da rispettare, il ramadan e altri precetti, ma si ha la sensazione che la gente comune, quella che ti passa davanti o ti sta vicino nel bus, sia sempre in contatto con l’In.Di.Co.

Impossibile poi non lasciarsi incuriosire da Zarathustra e il culto della luce, dalla storia dell’Islam e della vita di Maometto; scoprire che insieme ad ebrei e cristiani si discende tutti dalla grande famiglia di Abramo e che nel corso della storia, ad un certo punto, c’è sempre un nuovo profeta (sebbene ciascuno si proclami essere l’ultimo) che, ispirato, sa interpretare i segni della realtà e consacra la propria vita per mostrare agli altri una nuova via.


E’ stato importante girare nelle città e nei villaggi e vedere quanto il Me.me. della famiglia sia ancora così forte; le famiglie, dall’ultimo arrivato alla nonna centenaria, si incontrano nelle piazze, sui ponti, nei giardini pubblici e passano ore e ore a chiacchierare e a bere il loro chai (the). E’ stato importante vederli ridere, giocare, chiacchierare e ancora di più mi sono emozionata quando ci hanno invitato, senza sapere chi fossimo, a sederci con loro. Ci hanno sommersi di domande, curiosità, ci hanno offerto il the e la loro frutta che mai manca durante i loro picnic.


Gli iraniani, sin dal primo giorno, ci hanno osservato manco fossimo degli alieni, erano incuriositi dal nostro essere “diversi”, sotto tanti punti di vista. In giro nell’Iran ci saranno tante foto in cui siamo ritratti anche noi. Insomma eravamo delle star, degli special guest. Donne, bambini, adolescenti avevano proprio desiderio di scambiare con noi anche per sapere cosa in occidente si pensa dell’Iran. Non abbiamo avuto il coraggio di dire loro la verità, che qua in Italia l’Iran coincide con terrorismo, guerra insomma che la maggior parte della gente è accecata dai pregiudizi e da quello che prontamente arriva attraverso i giornali e le TV.
Sicuramente ci sono dei limiti, come in tutte le realtà, ma starci dentro per quindici giorni non ci ha fatto sentire nostalgia della nostra Italia, della nostra casa, delle nostre relazioni.


E’ stato bellissimo immergersi, dal cibo, ai tavoli strambi su cui mangiano, fare colazione con il salato, dimenticarsi del sapore del pane, inebriarsi agli odori delle spezie, bere the al posto del caffè, indossare il velo, togliersi le scarpe prima di andare in moschea, andare in bagno “alla turca”… insomma scomodarsi per entrare in qualcosa di nuovo ma altrettanto entusiasmante.

Le migliaia di occhi neri che ci hanno scrutato, sorriso, guardato, sono dentro di noi, le porteremo dentro così come le mille e una meraviglia che abbiamo visitato e vissuto in questo magico Viaggio di Nozze.

Giusi e Cristiano

L'UTERO Ψ (PSI): IL GLOBALE MASSIMO PER PIONIERI SOGNATORI.

settembre 16, 2017 Posted by F. I. , No comments

Carissime/i, 

In vista del 24 settembre p.v., ultimo giorno di permanenza nella struttura sanitaria e ospedaliera, voglio definire meglio il GLOBALE MASSIMO mio e del PRO.NU.S. (Progetto Nuova Specie) in questo inizio di Fetogenesi.

Per la quasi totalità di voi, che ci siamo conosciuti grazie al disagio personale o familiare, il Globale Massimo è stato soprattutto il Metodo alla Salute, una nuova strada per superare il disagio, alternativa a psicofarmaci e psicoterapie.
Sono davvero grato al sanitario che mi ha permesso di operare per più di 40 anni nel "Centro di Medicina Sociale" dell’Azienda ospedaliero-universitaria “OO.RR.” di Foggia, vero nido del cuculo per il Progetto Nuova Specie.

Ora, alla vigilia di abbandonare questo provvidenziale ed efficace nido, sento il bisogno di definire il vero Progetto che fin dall’inizio ho inteso portare avanti, favorito dal mio essere medico, psichiatra e direttore del Centro di Medicina Sociale.

Sinceramente, vorrei essere da voi ricordato non come medico, psichiatra, fondatore del Metodo alla Salute, ma come il pioniere sognatore dell'Utero Ψ. Questo è il sogno nato nel '66; poi, per caso e meno male, sono diventato medico-psichiatra, ma non mi sono mai sentito rappresentato da questa professione. E’ stato l'Utero Ψ (si legge "psi"), dal greco Ψύχἡ (si legge "psiché"), il senso e il fondamento di tutta la mia ricerca teorica (Epistemologia Globale, Quadrimensionalismo) e prassica (il Progetto Nuova Specie). Tutto ciò che ho realizzato in questi 51 anni sono solo tappe e mezzi che dovrebbero portarci a creare-realizzare l'Utero Ψ.

Mi spiego meglio.
L’utero è la soluzione che ha già trovato la vita per trasmettere in pochi mesi soluzioni e competenze maturate in quattro miliardi e mezzo di anni. Noi ci formiamo e nasciamo grazie all’esistenza dell’utero della nostra mamma: utero già messo a punto dai mammiferi che ci hanno preceduto e che, in appena nove mesi, ci trasmette l'essenza di tutto ciò che riguarda i codici antenati (pre-organico, bio-organico e analogico). 
Che meraviglia, questo piccolo laboratorio metastorico che sa far nascere un essere umano nudo, completo di tutto, uguale nella diversità aldilà di ogni confronto-differenza creata dagli umanoidi!

L’utero delle nostre mamme lo possiamo chiamare “Utero embriogenetico”. Infatti, manca all'appello il codice simbolico-razionale, vanto della specie uomo. Questo codice, che è venuto all'esistenza appena tre minuti fa dopo precedenti 525.557 minuti dominati dai codici antenati, ha prodotto tantissime e diversissime soluzioni per cogliere il senso globale dell'esistenza e per regolamentare tutto ciò che in essa vive e viene alla luce.  
Di questo codice e delle sue diversificate, e spesso contrapposte soluzioni, l’utero embriogenetico non ci trasmette nulla. Infatti, fino ad alcuni decenni fa, ogni territorio etno-culturale respirava e viveva le sue soluzioni e le trasmetteva sufficientemente come "me.me." (mediatore metastorico) ai discendenti della propria etno-cultura. Questo compito viene svolto dai genitori, dalla scuola, dalla chiesa, dalla sanità, dall’economia, attraverso una “gravidanza a cielo aperto” che, quasi sempre, trasmette anche i debiti che portano gli educatori di quelle diverse agenzie e le loro esigenze di soddisfazione a scapito di chi vorrebbero accompagnare. 
Una gravidanza a cielo aperto spesso si rivela una fogna a cielo aperto. 
Personalmente, pur apprezzando le positività della mia gravidanza a cielo aperto, odio la vita che ho fatto perché, per non crollare e per prendermi anche piccole cose, mi sono svenato e ho fatto una esistenza miserevole e piena di buchi insidiosi e di ferite doloranti. E sono stato uno dei fortunati! Quante persone si sono smarrite e si sono perse!
  
Negli ultimi settant’anni, il Mondo-Villaggio globalizzato, attualmente imperante, ha vanificato la trasmissione delle varie competenze etno-culturali e richiede nuove soluzioni per la complessità derivate dalle globalizzazioni. Le stesse “Gravidanze a cielo aperto” non funzionano più e nascono sempre più persone dismature, prossime a manifestare varie forme di disagio fino al suicidio. Penso che ognuno di noi avverte l'inadeguatezza dei me.me. che gli sono stati trasmessi e, ancora di più, la babilonia caotica che si è creata dall'incontro confuso di tanti me.me. e dall'imperante economia finanziaria globalizzata, che sta portando a una diffusa perdita di me.me. (“smemeramento”). E’ per questo che, sin dal 1966, sentii che il disagio sarebbe divenuto diffuso, e avrebbe inondato e ricoperto tutti, come il diluvio. 
Oggi chi ancora non vede-percepisce il dilagante “disagio diffuso” è occhio che non vuole vedere.
In questi 51 anni, dopo aver definito un nuovo punto di vista (epistemologia globale e quadrimensionalismo), sono stato il più solidale nel far nascere varie opportunità di incontri-scambi per rimediare a questo diffuso smemeramento e creare opportunità uterine, uteri grezzi in cui crescere, far crescere e far sviluppare le competenze che servono a una persona per vivere in maniera intera: settimane intensive, convivenze intensive, corsi di formazione, associazioni alla salute, gruppi di ricerca nei vari ambiti esistenziali, organi di comunicazione, il Villaggio Quadrimensionale, ecc.

Ma quanto tempo ci vuole e quante particolari condizioni e quanti specifici accompagnamenti necessitano, spesso per produrre solo piccoli topolini di cambiamenti a fronte di una montagna di impegno, sofferenze e ricadute!

Ancora non basta quanto abbiamo già realizzato, c'è ancora molto da fare, e ancora oggi mi sento interrogato dalle sfide che pone questo terribile e avvincente terzo millennio.
Fin quando non ci sarà un Utero capace di trasmetterci ciò che l’utero embriogenetico non può fare, ognuno di noi non risolve pienamente il proprio disagio e le proprie parzialità e contraddizioni conflittuali, quantunque siano eccellenti le sue condizioni esistenziali stando al modello imperante.

Oggi, se non arriviamo a creare situazioni uterine che ci fanno crescere e ci fanno arrivare a prenderci tutto l'albero della vita e tutto l’albero della conoscenza, purtroppo rimaniamo nel disagio in tutti i piani della nostra Piramide (Rapporto con se stesso, rapporti forti, rapporti con i gruppi, rapporti col Globale Massimo).
Occorre sognare e creare l'Utero Ψ o Utero Ψύχἡ (si legge "Psiché), cioè l'utero per la parte profonda della vita. Infatti, "Psiché" in greco significa "anima"; "anima", dal greco anemos, significa "vento"; "vento" significa "aria, respiro", cioè tutto le metafore che gli uomini hanno utilizzato per intendere qualcosa che non la vedi ma senza la quale non c'è vita profonda. Quindi stiamo parlando di una cosa fondamentale.

Questo è il GLOBALE MASSIMO mio e del Progetto Nuova Specie: riuscire a sperimentare, creare, forgiare, realizzare l’Utero Ψ.

L’Utero Ψ, una volta messo a punto a partire da ognuno che si sente vitonauta co-creatore, rappresenterà una seconda gravidanza che, in pochi mesi, ci regalerà tutte le competenze messe a punto dai vari laboratori etno-culturali e dalla ricerca teorico-prassica di nuova specie. Potremo vivere l’esistenza secondo un approccio globale e come spiriti co-creatori impegnati nella Gravidanza Universale. 
Per chi desidera approfondire questo aspetto, consiglio di leggere gli atti integrali della prima tregiorni sulla coppia, svoltasi lo scorso 8-10 settembre.

Per non concludere.
Il 24 settembre sarà l'ultima giornata in cui vivremo nell'ex Centro dell'ospedale D'Avanzo e opereremo all'interno del sanitario. Dopo quasi 42 anni di sanitario, ci accoglierà la Fondazione e, appena disponibili, i nuovi locali del Villaggio Quadrimensionale a Troia (FG).
Dal 24 settembre, l'Utero Ψ sarà ufficialmente il Globale Massimo del PRO.NU.S., la Stella Polare che mi orienterà nello stare con voi e nelle iniziative alle quali parteciperò.
Spero che sarete in tanti a sentire vostro questo Globale Massimo dell'Utero Ψ perché l'esistenza di sempre ci ricorderà come i Vitonauta Pionieri Sognatori dell' Utero Ψ.

Spero, in ogni caso, di avervi vicino in questo passaggio, per me, epocale.

Vi aspetto per la tesi di Gaetano, il 21 settembre pomeriggio, e per la tregiorni seminariale sulla Teo-fondità-spiritualità (22-24 settembre).

VVB,
Mariamo

settembre 15, 2017

"Quale eremo per la Teo-fondità?"

Al termine della due giorni abruzzese sulla Teo-fondità, Mariano ha chiesto se ci fosse qualcuno che aveva da dire delle cose.
In quel momento mi sarei voluta alzare e comunicare le mie emozioni, ma erano talmente intense che non ci sono riuscita... sono rimasta bloccata sulla sedia... un po’ dopo l’ho comunicato a Marialetizia, che mi ha proposto di scrivere il post ma, poiché non ho preso appunti, con questo post metto per iscritto le cose che avrei detto a voce al termine della due giorni.


Le due giornate le ho vissute intensamente: il sabato c’è stato il fenomeno vivo e la domenica la teoria.

Sabato mattina ci siamo ritrovati in ottanta provenienti da diverse regioni italiane e già le emozioni nel rivedersi dopo diverso tempo sono state tante.
L’atmosfera era da gita scolastica, eravamo proprio felici di stare insieme anche se un po’ preoccupati a causa dei messaggi preparatori di Milena e Marialetizia… (doppi messaggi per evitare che non capissimo!!!)


Abbiamo visitato due dei cinque eremi che si trovano in Abruzzo sulla Maiella: il primo è stato l’eremo di San Bartolomeo, che abbiamo raggiunto a piedi attraversando prima una zona abbastanza pianeggiante e a metà strada, più o meno, ci siamo ritrovati a scendere in fila indiana per un sentiero molto scosceso; questo ci ha permesso di ammirare l’eremo stando di fronte prima di risalire l’altro versante e raggiungerlo.
Il secondo eremo che abbiamo visitato, questa volta lo abbiamo raggiunto in pullman, è l’eremo di Santo Spirito, un eremo più grande e architettonicamente più moderno.
Questi eremi sono stati costruiti e vissuti da Celestino V, un religioso che cercava il silenzio e la solitudine per essere più vicino a Dio.


È stata una visita suggestiva in quanto ci ha riportati in un’altra epoca e in un’altra modalità di stare nella vita, ma per me è stato molto bello anche e soprattutto la passeggiata a contatto con la natura.

Per il convegno del giorno dopo siamo stati ospitati a Pescara in una sala della CGIL grazie a Chiara, che è riuscita ad averla gratuitamente: eravamo più di cento, in quanto ci hanno raggiunti altre persone venute per ascoltare la teoria di Mariano sugli eremi e sulla Teo-fondità.


Io non so riportare la teoria che ha fatto Mariano anche perché, come dicevo prima, non ho preso appunti, ma la cosa che più mi è rimasta impressa e che più mi ha commossa è il fatto che i mistici, i contemplativi, gli eremiti, hanno tentato di avvicinarsi a Dio, e cioè all’ontologico - e probabilmente ci sono pure riusciti - ma a scapito del codice analogico e bio-organico, sacrificando il corpo e le emozioni per teorizzare la vita. 


Ma la domanda è: alla vita cosa è tornato? Secondo me poco. 

Una vita vissuta solo per soddisfare i bisogni del corpo senza tener conto della Teo-fondità, cioè la relazione con la nostra parte più profonda, è una vita parziale, ma anche una vita vissuta in solitudine o in clausura è, secondo me, una vita parziale. 


Il Progetto Nuova Specie propone di vivere l’esistenza in maniera più globale, dando valore a tutti e quattro i codici di cui è composta l’esistenza e cioè il codice ontologico, che è la base dell’esistenza stessa dove c’è la relazione più stretta e diretta con l’In.Di.Co, il codice bio-organico, dove hanno sede le emozioni e il dualismo vita-morte, il codice analogico relativo al corpo e al territorio, che è la membrana che mette in relazione le nostre emozioni con l’esterno, e il codice simbolico, ultimo nato in ordine cronologico, che è importante e fondamentale per l’evoluzione della vita se resta al servizio della vita stessa senza tentare di ingabbiarla.

Pertanto alla domanda: "Quale eremo per la Teo-fondità?", la risposta è: "Ovunque ci sia la possibilità di vivere l’esistenza con tutti i codici del Graal, ovunque ci sia la possibilità di accogliere le parti ombra che ci scomodano e che non vorremmo vedere, ovunque ci sia un Progetto per la vita dove il viaggio è per la crescita degli individui, ovunque ci sia la possibilità di fare teoria sulla vita contemplando la vita stessa".


Per le due giornate voglio ringraziare tutta l’Alsa Abruzzo per aver organizzato magistralmente l’evento: si è molto sentito lo spirito di squadra, mi ha fatto piacere vedere che ognuno ha fatto la sua parte, sono stati bravissimi nell’accoglierci tutti nelle loro case, cosa che ci fa intrecciare ancora di più.
Ottima la scelta dell’itinerario e delle guide, ottima la scelta della pizzeria il sabato sera e un 110 e lode va, come di consueto, alle prelibate e abbondanti pietanze preparate dalle donne abruzzesi. 

Voglio dare un riconoscimento speciale a Marialetizia, in quanto è riuscita a stare nella parte organizzativa mantenendo l’efficienza fino all’ultimo momento ed è riuscita anche a godersi sia la camminata che la giornata di teoria, il tutto nonostante un forte negativo che si stava vivendo proprio in quei giorni.

Un grazie speciale va a Mariano che, come al solito, è il più solidale in tutto: nella visita agli eremi è stato alla pari con tutti, mantenendo il ritmo della camminata senza un segno di stanchezza e con il valore aggiunto che per tutto il tempo non si è risparmiato di accompagnare chi gli stava vicino, riuscendo a camminare in salita parlando senza avere il fiatone!!! 
Come fa? Attinge dalla Teo-fondità! Sicuro!

Domenica poi Mariano è stato esilarante: è riuscito a trattare un argomento profondo mantenendo un ritmo leggero, facendoci emozionare e ridere allo stesso tempo. 
Mi dispiace solo che non sia riuscito a trasmettere tutto il lavoro che aveva preparato perché il tempo è stato tiranno.

Io la teoria me la sono vissuta come antipasto per quello che vivremo durante il weekend del 22, 23 e 24 settembre proprio sulla Teo-fondità, dove spero ci sarà più tempo per trasmetterla.


Spero di essere riuscita a trasmettere l’intensità delle due giornate.
Riguardo alla teoria, vi invito a fare come me... iscrivervi al weekend sulla Teo-fondità del 22, 23 e 24 settembre!

Un abbraccio
Grazia Pietroforte

settembre 14, 2017

Davide, benvenuto al Peglio... che è meglio!

settembre 14, 2017 Posted by F. I. , No comments
Siamo arrivati la sera prima di Ferragosto al Peglio, accolti nella piccola e confortevole casa di Victoria e Nicola, che da circa un mesetto è divenuta dimora anche di Davide. La nuova famiglia ci ha accolto con allegria e con desiderio di mostrarci la casa con le modifiche apportate con l’arrivo di Davide: qualche mobile nuovo, alcuni quadri...


I tre padroni di casa ci hanno mostrato questo accogliente “nido” fatto di porte dipinte, muri colorati e con mattoncini a vista, mobili su misura… insomma a me è piaciuta moltissimo!

C’erano già i posti letto preparati per accoglierci la notte perché il giorno dopo avremmo passato il “ferragosto” tutti insieme con Victoria, Davide, Nicola e con Graziana e Fabio, che saremo andati a prendere in stazione degli autobus a Urbino di lì a poco. 

Questa casa si trova al centro di Peglio, un paesino sotto Urbino e sopra a Urbania: è situato un po’ in alto, tanto che dalle finestre di questa casa si vedono i monti intorno alle cime di questi luoghi: il monte Sasso e il monte Nerone. Per me è stato come sentirmi a casa, sia perché ho sentito il piacere di stare con la famiglia ontologica e sia perché i miei nonni materni sono di queste parti e da piccola venivo in vacanza d’estate!

La serata è passata tra le mura di Urbino con giocolieri, bancarelle, sfilate in maschera dell’Ottocento e fuochi d’artificio con i tre autoctoni che ci hanno fatto da ciceroni per questa bella città.

La mattina dopo ci siamo alzati con molta calma e abbiamo letto la frase del Pillolendario: “Chi sta facendo e assaporando un percorso di profondità sa che molte delle cose che sta conoscendo dal di dentro non possono apparire all’esterno. All’esterno appaiono solo cose superficiali, traguardi già da tempo superati nel percorso che si sta facendo. Ciò che si percepisce come presente oggi sono solo apparenze riferite a una tappa che da tempo si è dissoluta come le scie del mare” e ci siamo ascoltati, ognuno si è raccontato per i passaggi che sente di aver fatto in questi anni di percorso e come le relazioni che sta creando o sta riallaciando con la propria famiglia, sono proprio lo specchio di questi cambiamenti.

Poi abbiamo deciso di andare al fiume per risalirlo e poi?  Il resto sarebbe stato una sorpresa per Davide! Un rito per accoglierlo ufficialmente al Peglio! 


Il fiume era limpido e fresco, non era la prima volta che ci andavamo, ma questa volta Davide ci ha proposto di risalirlo… all’avventura dunque! Come dei bambini abbiamo cominciato a risalirlo: l’acqua era fredda, quasi freddissima ma dava un piacevole senso di freschezza sulla pelle; c’erano alcuni punti dove l’acqua era molto alta perciò abbiamo nuotato, in altri punti abbiamo camminato tra le acque basse e i sassi che affioravano dall’acqua, insomma un bel procedere lento ed incerto fino ad arrivare in un punto dove le due rive del fiume erano rocciose e molto alte e il fiume profondo, lì abbiamo quasi tutti fatto una prova di coraggio tuffandoci dalle alte rocce.

Tornati indietro, abbiamo pranzato molto tardi e all’improvviso a Moris è venuto un forte mal di pancia! Purtroppo la gita è dovuta finire proprio nel bel mezzo del primo pomeriggio, era presto! E ora che cosa avremmo potuto fare? A malincuore ce ne siamo andati e mesti mesti tornati alla casa del Peglio.

Mentre stavamo pensando a come continuare la giornata, visto che Moris si è sentito subito bene, suona la porta e… era Paola, la mamma di Davide, che con in mano una bottiglia gli chiede di accompagnarla in un angolo del paese perché deve dirgli una cosa importante. 


Tutti noi li abbiamo seguiti in punta di piedi e da poco distanti perché non volevamo disturbare, ma eravamo curiosi; da lontano abbiamo visto che Paola, dopo avergli parlato, lo ha benedetto con l’acqua del mare che era dentro la bottiglia e, chiedendoci di accompagnarli in questa passeggiata, gli ha consegnato un bigliettino dove c’era un indovinello. 
La faccia di Davide era a dir poco sorpresa, ha dovuto leggere più volte il biglietto per cominciare a capire… ecco la caccia al tesoro era cominciata. 


Piano piano abbiamo accompagnato Davide a far visita ad alcuni personaggi che lo aspettavano in alcuni punti di questa piccola cittadina per dargli il benvenuto. 

La prima è stata Valentina, che lo aspettava nel suo laboratorio del vetro: “l’università delle arti” con in dono una bussola, poi consegnatogli un altro indovinello abbiamo raggiunto Paride, che ci aspettava in una piazzetta del paese, che gli ha donato un bastone che aveva lavorato lui stesso per renderlo più bello e significativo.



Il gruppo diventava sempre più numeroso, abbiamo recuperato Rosy che, con il regalo del mattarello per stendere la pasta fatta in casa, gli ha consegnato un altro indizio. Poi, salendo verso la cima del Peglio, abbiamo incontrato Cristian con in dono un ramo di spighe, camminando camminando abbiamo incontrato Ombretta che gli ha regalato un attaccapanni con tre cuori, proprio come ora è composta la loro famiglia, e infine Victoria l’abbiamo trovata ad aspettarci davanti ad una porta situata all’entrata del prato su in cima al punto più alto del Peglio, dove da lì si vedeva tutto il panorama sottostante.




Victoria, con in mano una chiave e dell’acqua del fiume, ha benedetto Davide che è passato dal mare al fiume; ha poi bendato Davide e lo ha accompagnato da un gruppo di visitatori del Peglio venuti da diverse parti delle Marche e della Romagna, che hanno accolto Davide cantando, suonando e ballando per fargli festa. 



Da lassù in cima al Peglio, dove il paesaggio è meglio, abbiamo aspettato il tramonto ascoltando Davide che si raccontava nella sua decisione di cambiare città, creare questa nuova famiglia, cercare un nuovo luogo di lavoro… insomma ci siamo immersi nella vita di questa famiglia che è una parte della famiglia ontologica del popolo di Nuova Specie… è stato bellissimo.

Infine, abbiamo continuato la festa un po’più giù, a Ca’ Marco a Urbania, a casa degli antenati di questa zona: Valentina, Cristian, Ester, Emma, Paride e Ombretta che ci hanno accolto con amore e un’abbondante cena nel silenzio di queste montagne marchigiane.

Eleonora